Il colloquio di selezione è lo strumento più usato nelle organizzazioni per valutare le persone. È anche, secondo decenni di ricerca, uno degli strumenti meno affidabili. Eppure quasi nessuna azienda lo mette in discussione. Forse è tempo di farlo.
Nel 1998, Schmidt e Hunter pubblicarono sulla Psychological Bulletin una meta-analisi che avrebbe dovuto cambiare per sempre le pratiche di selezione. I colloqui non strutturati — quelli standard, conversazionali, in cui si chiede "dove si vede tra cinque anni" — mostravano una validità predittiva della performance lavorativa di appena 0.38 su una scala da 0 a 1. I test psicometrici cognitivi arrivavano a 0.51. I test di personalità validati, integrati in un protocollo strutturato, superavano 0.60.
Eppure, vent'anni dopo, la maggior parte delle organizzazioni continua a selezionare le persone principalmente attraverso il colloquio. Il motivo è culturale, non scientifico: il colloquio piace perché dà la sensazione del controllo. Ma la sensazione del controllo e il controllo reale sono cose molto diverse.
La psicodiagnosi professionale non sostituisce il colloquio. Lo integra, elevandone radicalmente il potere predittivo. Gli strumenti diagnostici accedono a dimensioni che sfuggono sistematicamente all'osservazione diretta:
"Il colloquio ti mostra la persona che vuole sembrare. La psicodiagnosi ti mostra la persona che è. In un momento di pressione organizzativa, solo la seconda informazione conta." — Davide Etzi
La psicodiagnosi professionale ha un valore che va ben oltre la selezione. Nei percorsi di sviluppo manageriale e di coaching esecutivo, è lo strumento che permette di personalizzare radicalmente l'intervento — di non applicare ricette standard a persone che hanno profili, risorse e blocchi specifici.
Quando comincio un percorso con un manager, uno dei primi passi è sempre una valutazione diagnostica approfondita. Non per etichettare la persona, ma per costruire insieme una mappa condivisa: ecco dove sei forte, ecco dove il tuo stile rischia di diventare un limite, ecco cosa vale la pena sviluppare in modo prioritario. Questa conversazione — basata su dati oggettivi invece che su impressioni — cambia completamente la qualità del percorso che segue.
Un buon profilo psicometrico, letto e restituito con competenza clinica, non è un verdetto. È un punto di partenza per una conversazione onesta sul potenziale. Ed è in quella conversazione che comincia il vero sviluppo.