La dipendenza affettiva è uno dei pattern relazionali più dolorosi e più difficili da riconoscere — proprio perché si presenta con le sembianze dell'amore. La persona dipendente non pensa di avere un problema: pensa di amare molto. L'intensità del legame, il terrore dell'abbandono, l'incapacità di stare sola, il continuo bisogno di conferme — tutto questo viene vissuto come normale, come segno di quanto "tiene" all'altra persona. È una trappola cognitiva ed emotiva che la psicoterapia sistemico-strategica può spezzare con grande efficacia.
I segnali più frequenti includono: la relazione è l'unica fonte di autostima e di identità; l'idea della fine della relazione produce un panico sproporzionato; si tollerano comportamenti inaccettabili pur di non perdere l'altro; si perdono progressivamente amicizie, interessi e autonomia; si oscilla continuamente tra idealizzazione e delusione; si tenta ripetutamente di "aggiustare" l'altro o la relazione invece di valutare se sia sana. Il tratto comune è la perdita di sé dentro la relazione.
La psicoterapia strategica lavora simultaneamente su tre livelli: il sistema cognitivo (le credenze su sé stessi come non-amabili senza l'altro), il sistema emotivo (la regolazione del terrore dell'abbandono), e il sistema comportamentale (l'introduzione graduale di comportamenti autonomi e di confini relazionali). Le prescrizioni concrete — come il "tempo per sé" strutturato, il "silenzio strategico" nella relazione, l'esposizione graduale alla solitudine — producono esperienze correttive che ristrutturano la percezione di sé come persona capace di stare in piedi da sola.
"L'obiettivo della terapia non è smettere di amare. È imparare ad amare senza perdersi — perché solo chi è intero può offrire qualcosa di reale all'altro." — Davide Etzi, Psicoterapeuta