Chi ha vissuto un attacco di panico sa che è una delle esperienze più terrificanti che un essere umano possa attraversare. Il cuore che accelera, la sensazione di soffocamento, la certezza di morire o di impazzire, la depersonalizzazione. E poi — quasi peggio dell'attacco stesso — l'attesa del prossimo. La vita che si restringe attorno alla paura di avere paura. La psicoterapia sistemico-strategica ha sviluppato per il disturbo da panico un protocollo specifico che Giorgio Nardone chiama "la terapia breve del panico" — con tassi di efficacia superiori al 95% e una durata media di 7-10 sedute. Non è un'iperbole: è il risultato di trent'anni di ricerca clinica.
Il disturbo da panico non è semplicemente la somma degli attacchi. È il sistema che si costruisce attorno ad essi: la vigilanza ipocondriaca sul corpo (ogni palpitazione è un segnale di allarme), l'evitamento delle situazioni in cui si è avuto l'attacco, la dipendenza dalla presenza rassicurante di altri, i rituali protettivi. Ogni elemento di questo sistema, nato come difesa, alimenta la sensibilità al panico invece di ridurla. Il trattamento efficace deve smontare l'intero sistema — non solo gli attacchi isolati.
La mossa più controintuitiva — e più efficace — del protocollo strategico è l'inversione dell'intento: invece di fuggire dal panico, il paziente viene guidato a cercarlo volontariamente. Questa inversione rompe il circolo della paura della paura eliminando l'anticipazione ansiosa. Quando il panico diventa qualcosa che si va a trovare invece di qualcosa che arriva, perde il suo potere terrorizzante.
"Il panico è un gigante che si nutre della fuga. Quando smetti di correre e ti giri verso di lui, scopri che è fatto di nebbia." — Davide Etzi, Psicoterapeuta