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Psicoeducazione

Regolazione emotiva sotto pressione: cosa separa il leader efficace da quello reattivo

Davide Etzi — Behavioral Scientist · Psicoterapeuta 18 Gennaio 2024 7 min di lettura
Regolazione emotiva sotto pressione: cosa separa il leader efficace da quello reattivo
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C'è un paradosso che incontro spesso nelle sessioni di coaching con professionisti ad alto potenziale: più una persona è competente e di successo, più è esposta a un vissuto segreto e paralizzante — la certezza di non meritare davvero quello che ha ottenuto. Lo chiamiamo sindrome dell'impostore, e nella mia esperienza clinica è uno dei fattori limitanti più sottovalutati nelle organizzazioni.

Il termine fu coniato nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, che lo descrissero come un'esperienza interna di falsità intellettuale: la convinzione di non essere davvero brillanti o capaci nonostante le prove oggettive del contrario, e la paura costante di essere "scoperti". Quello che è sorprendente è dove si concentra: non tra chi ha davvero performato poco, ma tra chi ha performato meglio.

Perché colpisce soprattutto i talenti

La ricerca mostra che la sindrome dell'impostore è particolarmente diffusa tra professionisti ad alta performance, donne in posizioni di leadership, persone che hanno vissuto transizioni di ruolo rapide e chi appartiene a gruppi sottorappresentati in un settore. Il meccanismo è paradossale: più alto è lo standard interno di eccellenza, più ogni successo viene attribuito a fattori esterni — fortuna, tempismo, il fatto che "gli altri non si siano ancora accorti" — mentre gli errori vengono interiorizzati come conferme dell'inadeguatezza fondamentale.

"La sindrome dell'impostore non è un problema di autostima nel senso classico. È un problema di attribuzione: le persone che ne soffrono attribuiscono sistematicamente i successi alla fortuna e i fallimenti alla propria incapacità. Invertire questo pattern richiede lavoro clinico preciso, non semplice rassicurazione." — Davide Etzi

Come si manifesta nelle organizzazioni

Sul piano organizzativo, la sindrome dell'impostore ha conseguenze concrete e misurabili:

L'intervento: tra psicoeducazione e lavoro clinico

Lavorare sulla sindrome dell'impostore richiede un approccio a più livelli. La psicoeducazione — comprendere il meccanismo cognitivo che genera l'esperienza — è il primo passo: molte persone provano sollievo solo nel sapere che esiste un nome per ciò che vivono e che ne soffrono persone straordinariamente capaci. Ma la psicoeducazione da sola non basta. Il lavoro clinico approfondito — che integra tecniche cognitive, lavoro sui valori e, dove necessario, interventi sull'elaborazione delle esperienze formative che hanno generato il pattern — è ciò che produce un cambiamento stabile e duraturo.

Identificare e supportare i talenti ad alto potenziale che soffrono della sindrome dell'impostore non è solo un atto di cura verso la persona: è un investimento strategico per l'organizzazione, che rischia altrimenti di perdere — per dimissioni, burnout o autolimitazione — alcune delle sue risorse più preziose.

DE
Davide Etzi
Behavioral Scientist · Psicologo · Psicoterapeuta

Fondatore di HUMANEV®. Si occupa di assessment psicometrico, coaching esecutivo, psicoterapia sistemico-strategica e supporto alle neurodivergenze. Roma e online.

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